Neuroni riattivati dopo la morte: l'esperimento effettuato sui maiali

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Gli scienziati sono riusciti a ripristinare la circolazione e l'attività cerebrale nel cervello di un maiale che era morto da quattro ore, questo potrebbe sfidare l'ipotesi sulle tempistiche e la reversibilità della cessazione di alcune funzioni cerebrali dopo la morte. Immersi nel dispositivo, che in sei ore ha ripristinato l'irrorazione in tutti i vasi sanguigni, i cervelli hanno mostrato sia la riduzione della morte cellulare, sia il ripristino di alcune funzioni cellulari. Il tutto è avvenuto grazie ad un particolare composto chimico che si è dimostrato in grado di riattivare il funzionamento di alcune cellule, contro ogni previsione. Ovviamente la scoperta non ha applicazioni cliniche sull'essere umano, e non è chiaro se la tecnica utilizzata possa funzionare sui cervelli umani, poiché la soluzione chimica sperimentata non comprende alcuni componenti tipici del sangue umano (come le cellule del sistema immunitario), ma si spera che un giorno potrà essere d'aiuto ai medici per capire come curare il cervelli di pazienti in seguito ad ictus, oppure per testare l'efficacia di terapie innovative che mirano al recupero delle funzioni cellulari in caso di danneggiamenti.

Tuttavia, i ricercatori hanno anche sottolineato che al cervello trattato mancavano i segnali elettrici globali riconoscibili associati alla normale funzione cerebrale.

La perfusione dei cervelli - con una soluzione contenente agenti protettivi, stabilizzanti e di contrasto, che agiscono da sostituti del sangue - è iniziata a quattro ore di distanza dal decesso degli animali. Senza ossigeno e un apporto di sangue, l'attività elettrica del cervello e i segni di consapevolezza scompaiono in pochi secondi, mentre i depositi di energia si esauriscono in pochi minuti.

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La morte cellulare nel cervello è considerata un processo rapido e irreversibile. All'evento ha preso parte anche la dottoressa Francesca Talpo, dell'università di Pavia. La ricercatrice italiana, interpellata dall'agenzia Ansa, ha dichiarato che lo scopo dell'esperimento è quello di riuscire a mantenere il più a lungo possibile il cervello in vita per poter studiare meglio le malattie neurovegetative e la sperimentazione di nuovi farmaci.

In un commento su "Nature", i bioeticisti Stuart Youngner e Insoo Hyun della Case Western Medicine della Case Western Reserve a Cleveland hanno dichiarato che se questo lavoro porta a metodi migliori per resuscitare il cervello nelle persone, potrebbe complicare le decisioni su quando rimuovere gli organi per il trapianto. "Dal punto di vista clinico - ha spiegato il co-autore dello studio, Zvonimir Vrselja - questo non è un cervello vivente, ma è un cervello attivo a livello cellulare".

È il risultato di uno studio cui Nature dedica tanto di copertina condotto da un team di studiosi dell'Università di Yale guidati da Nenad Sestan.

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