Sulla mia pelle, lo sfogo amaro di Alessandro Borghi. Cosa è successo

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L'evento si è svolto nonostante il divieto di Lucky Red, società di distribuzione titolare dei diritti del film, prodotto da Netflix. "L'angoscia che traspariva dai tuoi occhi, mi ha portato lì, in quella cella, in quegli attimi, in un faccia a faccia continuo fra gli ultimi centimetri di vita di un essere umano e la sua disperazione. grazie", ha scritto Fabrizio Moro.

La storia narra della terrificante vicenda della morte del giovane geometra romano di 31 anni, avvenuta nell'ottobre del 2009 in seguito all'arresto per detenzione (e presunto spaccio) di stupefacenti. "Loro sono contenti perché vedono che c'è una memoria viva e questa memoria viva probabilmente porterà a una fase del processo che sarà molto più interessante di quella che c'è stata fino ad adesso". Borghi è convinto anche che "molti credono di sapere molto sul caso Cucchi, vi accorgerete di non sapere niente".

Cremonini fa un buon lavoro, una regia stabile! "La morte di Stefano è un dramma per la sua famiglia ma anche per tutti i cittadini che sentendo questa storia si scoprono meno sicuri, si fidano un po' meno delle istituzioni". Lungometraggio che racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi che, uscirà in sala e su Netflix contemporaneamente. Ed io sono felice, davvero.

Colpa, come spesso si dice e si scrive, della società, del sistema malato, della crisi politica, finanziaria, di valori?

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E sulla perla numero 500 ammette: " mi ricorda un gol che ho fatto ai tempi dell'Ajax, si trattava solo di inquadrare la porta ed è andata ".

Uno dei grandi meriti del regista è stato quello di non dipingere Cucchi come un eroe, già, perché nessuno potrà mai saperlo con certezza, ma Cucchi probabilmente era un piccolo spacciatore (alla fine del film, prima dei titoli di coda, ci viene rivelato che nella sua casa furono trovati più di un chilogrammo di hashish e centotrenta grammi di cocaina); sicuramente non era un cittadino ligio alla legge arrestato ingiustamente. Di qui una scelta stilistica che rivela senza gridare l'orrore inferto al suo corpo, una serie di quadri in cui appare il volto sofferente dell'attore, l'impossibilità della vittima di muoversi, il catetere per evitare un blocco renale, le frasi smozzicate che riesce a profferire, il rifiuto del cibo, il sospetto che trasferisce anche a medici e infermieri che continuano a parlare, con rare eccezioni, di "una caduta dalle scale" per giustificare lo stato del paziente carcerato.

Torna alla mente un grande film di denuncia delle aberrazioni della giustizia e della struttura carceraria italiane, Detenuto in attesa di giudizio, girato da Nanni Loy nel 1971 con un magnifico Alberto Sordi, Orso d'Argento al Festival di Berlino.

Il film è in programma anche mercoledì 19 alle 18.30 e alle 22.30.

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