Stop numero chiuso, il Tar dà ragione agli studenti della Statale

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Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso dell'Unione degli universitari (Udu) contro l'introduzione dell'accesso programmato nelle facoltà di studi umanistici dell'università degli studi di Milano. Il Senato Accademico di Via Festa del Perdono aveva chiesto l'introduzione del numero chiuso nel mese di maggio, ma la richiesta è stata bocciata.

La protesta prosegue e l'Ateneo è ormai diviso tra chi protende per il sì o per il no. Il rettore Gianluca Vago vede nel numero chiuso un importante strumento per contrastare gli abbandoni e stimolare i più motivati. I professori contrari, nel frattempo, organizzavano lezioni all'aperto per protesta. "Avevamo denunciato sin da subito come la delibera adottata dagli organi accademici contenesse vizi formali e sostanziali, mancando di fatto sia una maggioranza vera che il rispetto della normativa nazionale, prima su tutte la legge 264/99 - si legge -".

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Per l'avvocato Michele Bonetti, che ha rappresentato i ricorrenti, si argina "un danno per il diritto allo studio di migliaia di studenti che volevano scegliere liberamente il corso del loro futuro. Ora che il TAR del Lazio ci ha dato ragione, possiamo dirci estremamente soddisfatti per una vittoria storica che ha riflessi nell'immediato sul futuro di tutti coloro che avrebbero dovuto sostenere il test nei prossimi giorni e sulle decisioni presenti e future prese da quegli atenei che hanno introdotto programmazioni dell'accesso illecite".

Né, conclude il Tribunale, (e questo sembra essere il punto destinato a sollevare possibili obiezioni) si può ritenere legittima la motivazione con la quale l'Università di Milano ha giustificato il numero chiuso per i nuovi corsi, adducendo la carenza di un numero complessivo di docenti che rende l'Ateneo non in linea con i requisiti di accreditamento previsti dalla legge e che lo esporrebbe al rischio delle sanzioni dell'attivazione condizionata (per un solo anno) dei corsi di studio che non si trovino a rispettare i requisiti di docenza ed a quella dell'impossibilità di attivare nuovi corsi di studio se non a seguito della disattivazione di un pari numero di corsi. "L'università che vogliamo non è questa e continueremo a gridarlo a gran voce".

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